Monsieur de Combourg e i pellerossa
Pubblicazioni

Monsieur de Combourg e i pellerossa

Il mito dell’America selvaggia nell’opera di Chateaubriand

Piero Toffano

Pisa, Edizioni ETS, 2017 - Collana: I libri del Seminario di Filologia Francese, n° 1

Recensione di Fabio Vasarri

Già da alcuni decenni, lo sviluppo degli studi su Chateaubriand ha permesso di mettere a fuoco le facce contrastanti di un autore poliedrico. Ci sono i portavoce di un’ideologia e di una poetica conservatrici: il restauratore degli altari, il paladino dei Borboni, il classicista tardivo che detesta il romanzo borghese e continua a praticare l’epopea e la tragedia. Ma c’è anche lo “Chateaubriand de papier” di Barthes, il vegliardo disincantato delle ultime parti dei Mémoires d’outre-tombe e della Vie de Rancé : un maestro della confessione obliqua e tanto più veritiera (oggi, diremmo un precursore dell’ “autofiction”), maestro anche di una scrittura polifonica e spezzata che celebra i fasti della parola letteraria. Un po’ in ombra, rispetto a questi volti noti, è rimasto il giovane rousseauiano anarcoide, fortemente tentato di tagliare i ponti con la famiglia e la società di antico regime, che va in America e si mette ad elaborare scenari amerindiani visionari e fantasmatici che
affascineranno Baudelaire e Breton. Se il memorialista sperimentale è lo Chateaubriand di Barthes, il ragazzo attratto dallo stato di natura è lo Chateaubriand esaltato da Butor in un famoso articolo del 1964.

Il libro di Toffano si concentra su quest’ultimo aspetto dell’autore, seguendone con pazienza e acribia le continue ambiguità e oscillazioni. Credo che questa pubblicazione rappresenti l’esito di una lunga indagine, a giudicare dai campioni pubblicati nell’ultimo ventennio. Ma il libro non è una collana di articoli saldati tra loro più o meno forzatamente, è piuttosto la sistemazione e la discussione del singolare rapporto di Chateaubriand con gli indiani d’America, indagato con chiarezza e precisione estreme ed esposto con uno stile sempre incisivo nella sua essenzialità. In questo senso, il libro mi pare una vera e nuova monografia, la prima di taglio critico-letterario sull’argomento, e non solo in Italia. Il libro di Gilbert Chinard sull’esotismo americano di Chateaubriand, del 1918, aveva infatti un taglio perlopiù documentario; e gli studi più pregevoli su aspetti particolari della questione (Berchet, Richard, Glaudes, Roulin, Fumaroli, Bercegol) non hanno l’organicità che troviamo qui. In proposito, vorrei dire subito che Toffano riserva un’attenzione estrema agli altri studiosi e ne discute continuamente le posizioni, formulando sia convergenze di opinioni che dissensi. L’apparato di rimandi bibliografici è imponente ma mai pesante, e di notevole interesse per il lettore, che ha l’impressione di assistere a uno stimolante dibattito critico.

Ricostruendo la tematica amerindiana nell’opera di Chateaubriand nelle sue continue oscillazioni e ambivalenze, lo studioso si fa scrupolo di distinguere le molte stratificazioni cronologiche del palinsesto americano. È impossibile esporre qui in dettaglio la storia dei testi e le congetture che essa impone, in assenza dei manoscritti. Se seguiamo una suggestione di Jean Pommier, il primo nucleo sarebbe anteriore al viaggio in America del 1791 e corrisponderebbe al soggiorno francese dell’indiano Chactas inserito poi nei Natchez. Viene qui ripreso un procedimento del “conte philosophique” : lo sguardo ingenuo del selvaggio sull’“ancien régime”. C’è poi, soprattutto, il ponderoso manoscritto americano, redatto durante il viaggio del 1791 ma perduto e rielaborato negli anni dell’emigrazione inglese, parallelamente all’Essai sur les révolutions. Lo zibaldone americano comprendeva sezioni narrative, odeporiche, diaristiche, etnografiche: è la matrice dei Natchez, di Atala e del Voyage en Amérique. Ma il materiale è riutilizzato e rielaborato anche in molte altre opere di Chateaubriand, in particolare nel Génie du christianisme e nei Mémoires d’outre-tombe. La pubblicazione tardiva (1826-27) dei Natchez e del Voyage en Amérique complica ulteriormente il quadro, generando sfasature e innesti, aggiustamenti e palesi contrasti.

Toffano ha quindi ragione a ricordare e a discutere ogni singolo problema di datazione di questo materiale caotico. Ma ha ancor più ragione nel sottolineare l’ambivalenza costitutiva, e dunque sincronica, di Chateaubriand. Questo mi pare il presupposto fondamentale del suo approccio critico:
alcune contraddizioni non sono da ascrivere a mutamenti di pensiero o di sensibilità, ma esprimono
invece ambiguità o ambivalenze insite nella visione del mondo di Chateaubriand (p. 137).

È così, ad esempio, per la concezione della patria, che sembrerebbe ancorata ai mutamenti politici vissuti da Chateaubriand, ma che in realtà ha sempre oscillato tra appartenenza ed estraneità. Muovendo da una suggestione orlandiana, il metodo è ulteriormente precisato: al modello cronologico che oppone vecchio a nuovo, mi sembra preferibile un modello psicologico (la formazione di compromesso) che considera le tendenze contraddittorie come espressione di una dinamica psichica non destinata a risolversi con la definitiva vittoria di una tendenza e la sparizione dell’altra, ma che nelle differenti fasi dell’essere-al-mondo cerca nuovi equilibri e nuovi dosaggi: insomma, ancora una volta quell’ambivalenza fondamentale tra misantropia e socievolezza, tra anarchismo e impegno politico, tra pulsioni di morte e pulsioni di vita, da cui Chateaubriand non smette di essere agito per tutta la sua vita (pp. 249-50).

L’importanza accordata all’ambivalenza psichica e alle formazioni di compromesso che ne risultano mette in rilievo quello che in definitiva è l’apporto principale offerto da Chateaubriand alla modernità postrivoluzionaria: l’io diviso.

In questa prospettiva, l’indubbia simpatia di Chateaubriand per gli indiani implica una serie di proiezioni personali ma dice anche lo slancio verso una difficile integrazione. Essi sono le figure dell’aristocrazia di provincia minacciata sì dalla Rivoluzione, ma, prima ancora, emarginata dall’assolutismo. Il colonialismo assume le fattezze del terzo Stato. L’avvento del Terrore fa naufragare ogni idea illuministica di progresso e minaccia la stessa sopravvivenza della civiltà occidentale. Così, nella saga dei Natchez una corruzione progressiva e indistinta investe coloni e colonizzati, dissolvendo i sogni di integrazione in una comunità che realizzi lo stato di natura. Dal “conte philosophique” si transita verso il “gothic novel” e il “roman frénétique”. Nel 1827, all’autore del Voyage en Amérique non resta che stilare l’inventario funebre delle tribù estinte.

Prima di questo esito, il sogno di Chateaubriand appare nella sua versione più articolata nella notte americana dell’Essai e, di nuovo, nei Natchez : il sogno di far parte di una piccola comunità di orfani e di diseredati, di eterni adolescenti, una comunità adelfica e asessuata. Mancano i padri e anche le madri, occasionalmente positivi ma più spesso ambigui e minacciosi. Manca l’eros liberato ed euforico, abitualmente associato ai selvaggi e qui, invece, sentito come un agente distruttivo, mortifero. Il desiderio appare corrotto anche sullo sfondo della prorompente natura selvaggia, lontano dalla civiltà. Il naufragio del mito indiano segna la predominanza del nichilismo che incombe sempre su Chateaubriand. Del resto, alla realizzazione di questa utopia comunitaria si oppone anche la sua orgogliosa, aristocratica tendenza all’isolamento.

Nelle ultime sezioni del volume, Toffano analizza le successive riprese del tema al di fuori del ciclo americano propriamente detto, e sfuma opportunamente le contraddizioni più vistose. Il Génie du christianisme sancisce la riconciliazione del soggetto ribelle con la società, ma la natura americana è integrata nella prospettiva religiosa: non c’è una vera ritrattazione; sarà semmai il politico della Restaurazione ad esaltare il progresso e la civiltà statunitense a parziale discapito degli indiani.

Stilisticamente lontani dai testi americani più magmatici, perfino i neoclassici Martyrs lasciano affiorare rivisitazioni del mito giovanile. I barbari hanno tratti in comune con i pellerossa, e lo stesso paesaggio ellenico può ricordare il nuovo mondo. In proposito, un tema del libro è la ripresa del parallelo plurisecolare dei selvaggi e degli antichi, che anticipa la visione barbarica dell’antichità nel Flaubert di Salammbô (oggetto di un altro bel libro di Toffano). Ma il complemento più importante proviene dai Mémoires. È il racconto dell’incontro di Chateaubriand con due meticce (le “Floridiennes”) che attua una comunione fantasmastica con la natura e con gli indiani, recuperando anche la dimensione erotica che era apparsa preclusa. Questo testo degli anni 1830 testimonia con forza la persistenza del sogno amerindiano nello Chateaubriand maturo.

Questo è solo un inventario parziale dei molteplici e ricchi spunti offerti dal lavoro di Toffano. Ne fa parte anche la messa in discussione, lungo l’intero libro, di alcuni aspetti che la maggior parte degli specialisti tende a dare per scontati : ad esempio la dimensione esclusivamente religiosa del tabù sessuale in Atala, l’artificiosità della parte epica dei Natchez o il liberalismo politico di Chateaubriand. Per ognuno di questi punti, Toffano ci invita a riesaminare i testi e ci permette di rinfrescarne la lettura. Vorrei lasciargli la parola in conclusione, per misurare la salutare lezione di metodo che ci offre: Siccome […] l’evoluzione del pensiero di Chateaubriand non è un fatto osservabile e databile con precisione obbiettiva, ma il risultato della ricostruzione effettuata dai suoi studiosi , il rischio […] è di costruire ipotesi che si fondano su altre ipotesi, dando l’impressione che queste si rafforzino e si confermino a vicenda, mentre non si fa che allargare il campo delle conseguenze di un assunto iniziale che può essere falso, o parziale, o semplicistico. Il rischio è in altre parole di leggere i testi alla luce di una nostra immagine preconcetta dello scrittore, invece di mettere i nostri pregiudizi alla prova dei testi, che possono eventualmente invalidarli o modificarli (p. 63).